Maionese veg

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Per questa ricetta una premessa va fatta ed è doverosa: trattasi di ricetta magica! E magica per diversi motivi.

- Innanzitutto è una ricetta priva di proteine di origini animali e quindi senza colesterolo; questo non vuol dire che sia una ricetta light, ovvio, basta guardare la quantità di olio presente. Insomma, non pensate di poterne ingurgitare a quintalate senza che il vostro giro vita ne risenta, però è senza dubbio più sana della maionese tradizionale e, mangiata con moderazione, direi che male non fa.

- È una ricetta facilissima e velocissima, si mettono insieme gli ingredienti, una frullatina e zac! il gioco è fatto; e non dovrete più impazzire dietro una maionese impazzita (a chi non è mai capitato di dover buttare tutto dalla disperazione???)

- È buonissima, davvero, non ha niente da invidiare alla maionese tradizionale, anzi, se proprio devo dire la mia io la trovo anche più buona, il sapore è più delicato e la presenza della senape (io ho utilizzato la senape delicata Dilora della Louit Frères) gli dà quel tocco in più che la rende irresistibile. E se non vi fidate di me (che sono un po’ di parte) vi dico solo che il paziente fidanzato, quando gli ho chiesto di assaggiare la maionese vegana, ha prima pucciato la punta del mignolino con una certa diffidenza, poi, dopo il primo assaggio, senza dire una parola è andato a prendere un cucchiaio ed ha ripulito per bene il bicchiere del minipimer :-). Noi abbiamo utilizzato questa maionese per farcire gli hamburger vegetariani che ho preparato in occasione di una cena fast-food-style, come si vede dalla foto esplicativa sotto la ricetta :-) Le ricette dei burger di soia e dei panini, arriveranno presto su questi schermi, stay tuned!

MAIONESE VEGmaioneseveg2

- 1 bicchiere di latte di soia (non zuccherato)

- 3 bicchieri di olio di semi di girasole

- 4 cucchiaini di senape delicata (per me senape Dilora Louit Frères)

- 2 cucchiai di succo di limone

- sale

Versare nel bicchiere del minipimer (o in un contenitore profondo e piuttosto stretto) l’olio ed il latte di soia, un pizzico di sale ed il succo del limone. Azionare il minipimer e frullare per qualche secondo, muovendo il frullatore ad immersione dal basso verso l’alto. Dopo pochi secondi la salsa sarà pronta e ben montata. A questo punto trasferire in una ciotola ed incorporare la senape, mescolando il tutto delicatamente. Questa salsa può durare qualche giorno se conservata in frigorifero, magari coperta con della pellicola trasparente.

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Focaccia dolce alle mele

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Comincia la stagione dei cappottini colorati, degli stivali anti-pioggia, del fuoco che scoppietta nella stufa a legna e delle tisane calde. Comincia la stagione delle foglie che si colorano sugli alberi, delle caldarroste e dei film in tv la domenica pomeriggio, mentre fuori piove. E comincia, finalmente, la stagione delle mele, che è un frutto che mangio sempre a dire il vero, che va bene per tutte le stagioni insomma, ma che in autunno diventa per me un cibo confortante, immancabile sulla mia tavola o come spuntino al lavoro, davanti al computer. E ora, che a casa mia, grazie al papà del paziente fidanzato, c’è un continuo rifornimento di mele biologiche a km zero (come dire, dal produttore al consumatore), profumatissime, colorate e saporite, non potevo proprio esimermi dall’iniziare una vera e propria produzione di dolci. E tra strudel, flan, muffin e ciambelle in questo blog le fonti di ispirazioni non mancano davvero, tanto che, dal forno di casa, negli ultimi tempi, si spande un costante profumino di torta che ai vicini potrebbe venire il sospetto che io abbia messo su una pasticceria clandestina. E per non farci mancare niente, la scorsa settimana ho sperimentato anche questa gustosissima focaccia dolce, che, manco a dirlo, tra una colazione e una merenda, è andata a ruba.

FOCACCIA DOLCE ALLE MELEfocacciamele3

- 280 g di farina 00

- 50 g di zucchero semolato + 2 cucchiai

- 2 uova fresche

- 70 g di burro

- 120 ml di latte

- 1 cubetto d lievito di birra

- 2 mele

- pizzico di sale

- zucchero a velo

Su una spianatoia disporre la farina a fontana, aggiungere un pizzico di sale e lo zucchero. Fare intiepidire il latte e sciogliervi dentro il lievito di birra, poi versare il liquido al centro della farina; unire 1 uovo intero e 50 g di burro fuso, poi iniziare ad impastare per una decina di minuti, dovrà risultare un impasto liscio ed elastico. Mettere la pasta in una ciotola infarinata, coprire con un canovaccio e lasciare lievitare in un ambiente caldo fino a che non raddoppierà il suo volume. A questo punto stendere l’impasto con un mattarello dandogli una forma rettangolare alta circa 2 cm; spennellare con l’altro uovo sbattuto e sistemarvi sopra le mele tagliate a fettine sottili, mettendole una accanto all’altra. Completare il tutto spennellando sulla torta i restanti 20 g di burro fuso, cospargere con i 2 cucchiai di zucchero, poi infornare, in forno preriscaldato a 200° per circa 30 minuti. Lasciare raffreddare su una griglia, poi cospargere con lo zucchero a velo e servire.

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Baba Ganoush

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Questo genere di robine cremose qui sono, per quel che mi riguarda, dei comfort food assolutamente irrinunciabili. Affondare il pane tostato, il cucchiaino o direttamente il dito e sentirne la consistenza cremosa e voluttuosa è per me il massimo della goduria. Ed il Baba Ganoush, con quella sua particolare freschezza delle verdure, il sapore delle spezie e della crema di sesamo che si mixano perfettamente in un delizioso connubio di aromi, quella texture un po ruvidina così piacevole al palato, ha creato in me una vera e propria dipendenza. Insomma questo piatto ha scalato rapidamente tutte le posizioni della mia personale classifica dei must-have culinari e si è imposto immediatamente tra le prime posizioni tanto che, durante la scorsa estate, questa crema di melanzane ha fatto spesso la sua comparsa a tavola, per un aperitivo in giardino, un brunch domenicale, o semplicemente per una merenda fresca e diversa dal solito (l’ho già detto che io la mangio direttamente a cucchiaiate??). Anche questa ricetta arriva da lontano, il Baba Ganoush è un piatto tipico Medio-Orientale, ma, con diverse varianti, è diffuso anche in molte parti dell’Africa Settentrionale, ed ora ha trovato un posto d’onore pure nella mia tavola.

BABA GANOUSHbabaganoush1

- 2 melanzane

- 4 pomodorini

- 3 cucchiai di crema tahini tostata

- 2 cipollotti

- succo di limone

- 1 spicchio d’aglio

- 1 manciata di pinoli

- olio extra-vergine di oliva

- sale

- pepe

- prezzemolo

Lavare le melanzane e, con una forchetta, bucherellarle tutt’intorno. Pre-riscaldare il forno a 200°, sistemare le melanzane sulla leccarda ricoperta di carta da forno ed infornare per circa mezz’ora, fino a quando le melanzane non saranno ben ammorbidite. A questo punto estrarle dal forno, fare appena intiepidire e tagliare le melanzane in due nel senso della lunghezza, poi, con l’aiuto di un cucchiaino scavare prelevandone tutta la polpa. Intanto, in un padellino, fare tostare i pinoli e mettere da parte. Portare a bollore dell’acqua in un pentolino, togliere dal fuoco e tuffarci dentro i pomodorini, lasciandoli in acqua per qualche secondo, poi togliere la buccia (che verrà via con facilità) e tagliare in cubetti piccoli, eliminando i semini e l’acqua di vegetazione. Pulire i cipollotti, eliminare la parte verde e tritarli finemente. A questo punto mettere nel bicchiere del mixer la polpa di melanzane, lo spicchio d’aglio tagliato a pezzetti, i pinoli tostati, 4 cucchiai d’olio, un paio di cucchiai di succo di limone e la crema tahini. Azionare il mixer e frullare il tutto fino a che il composto non sarà diventato una crema omogenea e liscia. Trasferire la crema in una terrina, aggiungere i cipollotti ed i pomodorini, ed amalgamare il tutto. Mettere in frigorifero per un paio d’ore avendo cura di coprire la crema con della pellicola trasparente, al momento di servire, cospargere con del prezzemolo e accompagnare il Baba Ganoush con dei crostini, pane carasau, oppure delle piadine tagliate a triangoli e fatte tostare in forno (come nel mio caso).

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Tabbouleh

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Una delle cose belle di questo mondo è che siamo tutti diversi: ognuno di noi  ha una propria storia da raccontare, ognuno di noi è unico, con un proprio bagaglio genetico, sociale, storico e culturale. Ed è proprio questa diversità che rende il mondo interessante, bello, prezioso e vario. Basterebbe solo un po’ di apertura verso gli altri, un po’ di sana curiosità nei confronti del mondo e di chi è altro da noi,  per scoprire che proprio questa diversità è ciò che ci rende unici e straordinariamente interessanti. Purtroppo, ormai troppa gente si pone nei confronti della diversità con paura, come se, per stare bene, dovessimo essere necessariamente tutti omologati e così, se una persona non è come noi, non si veste come noi, non prega come noi, allora la consideriamo una minaccia invece che una ricchezza, allora ci chiudiamo in noi stessi invece che aprirci verso gli altri, preferiamo difendere il nostro piccolo orticello di casa anziché scoprire che là fuori c’è un mondo bellissimo fatto di sfumature, profumi, atmosfere tutte nuove. A me piace tanto scoprire questo mondo, e cerco di farlo viaggiando appena mi è possibile, ma anche cercando di imparare qualcosa dalle persone che mi capita di incontrare nella mia vita, da quello che abita nel mio stesso pianerottolo a chi arriva da molto lontano e la cui strada in qualche modo si incrocia con la mia. Ed è sempre bello ed interessante, ed ogni volta mi scopro un po’ più ricca di prima. A volte è la signora che incontri alla fermata dell’autobus che ti racconta della sua famiglia di origini contadine, degli sforzi fatti per fare studiare i figli e dell’orgoglio provato nel vederli laureati; a volte è il barista che mentre ti prepara il caffè ti parla con semplicità di come abbia superato una brutta malattia; oppure il ragazzo incontrato mentre sei in vacanza, che cerca di sbarcare il lunario con lavoretti mal pagati e ti spiega di come il suo paese sia in crisi e di come sia difficile per lui immaginare il futuro; o ancora una ragazza venuta da lontano, dagli occhi bellissimi, che scopre che ami cucinare e vuole condividere con te una ricetta del suo paese. Allora impariamo ad aprirci agli altri con fiducia, impariamo a condividere e ad ascoltare, e forse il mondo diventerà un posto migliore.

Il tabbouleh è un piatto di origine Libanese, ma diffuso in tutto il Medio Oriente; è un piatto fresco, leggero e salutare, facile da preparare e profumatissimo.

TABBOULEHtabbouleh2

- 250 g di bulgur

- 2 cipollotti

- 1 pomodoro

- foglie di menta fresca

- prezzemolo fresco

- 1 limone

- olio extra-vergine di oliva

- sale

- pepe

Preparare il bulgur portando a bollore una pentola di acqua salata, versarvi il bulgur e fare cuocere per circa 15 minuti (altrimenti seguire le indicazioni riportate sulla confezione). Scolare il bulgur, trasferirlo in una terrina da portata, unire qualche cucchiaio d’olio e mescolare; lasciare raffreddare il tutto. Nel frattempo lavare la menta ed il prezzemolo (la quantità e le proporzioni dipendono dai gusti) e tritarli per bene. Tagliare i cipollotti in pezzetti sottilissimi e metterli da parte. Intanto fare bollire un pentolino d’acqua, spegnere il fuoco e tuffarvi dentro il pomodoro per qualche secondo, in modo da poterlo sbucciare con facilità. Eliminare la buccia del pomodoro e tagliarlo in cubetti piccoli, togliendo i semi e l’acqua di vegetazione. A questo punto unire al bulgur la menta, il prezzemolo, i cipollotti, il pomodoro, la scorza del limone grattugiato, poi irrorare con il succo del limone ed insaporire con sale e pepe. Mettere in frigo per un paio d’ore prima di servire, in modo che il bulgur si insaporisca bene a contatto con gli altri ingredienti.

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Bocconcini di pollo con senape al dragoncello

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Ed eccomi di nuovo qua, rientrata da poco più di una settimana, dopo un mese esatto di ferie, caldo, sole, mare e spensieratezza. Della Sicilia e di come là io mi sia rilassata insieme alla mia famiglia ed ai miei amici di sempre vi ho già raccontato nel mio ultimo post, ora vi potrei raccontare della Grecia e del suo mare cristallino, dei bagni nelle calette silenziose, delle passeggiate tra le rovine di antiche civiltà e delle serate nei caratteristici villaggi arroccati sulle alture, tra tramonti da favola e feste paesane a ritmo di sirtaki. Ma a ripensare a tutto questo, ora che tutto è finito, ora che sono tornata al lavoro e che quei giorni mi sembrano lontanissimi, beh, a me viene un po’ il magone, quindi meglio guardare avanti, pensare ai nuovi progetti che mi aspettano e guardare con fiducia ai prossimi mesi (sperando che le vacanze di Natale arrivino presto) :-). Tanto per cominciare al mio rientro ho trovato a casa un bel pacchettino di prodotti buoni buoni, gentile omaggio recapitatomi direttamente dalla Louit Frères, marchio storico di senapi che mi ha chiesto di provare i loro prodotti. E conoscendo il mio amore spassionato per la cucina francese, cosa pensate che abbia risposto? Ovviamente sono stata felicissima di poter assaggiare tutte le varietà di senape prodotte da questa storica casa, nata a Bordeaux negli Anni ’20, e sto già iniziando ad elaborare un po’ di ricettine per poter provare tutte le varietà di senape che ho ricevuto. Intanto ho iniziato con questi bocconcini di pollo che ho condito con una fantastica salsina alla senape Estragon, aromatizzata al dragoncello che ha donato al piatto quel tocco un po’ français che io tanto adoro. Io ho sperimentato anche la versione vegetariana, sostituendo il pollo con del seitan tagliato a pezzettini, ed il risultato è stato ottimo.

BOCCONCINI DI POLLO CON SENAPE AL DRAGONCELLOpollosenape1

Per 2 persone:

- 450 g di petto di pollo tagliato a pezzetti

- 3 cucchiai di senape aromatica Estragon Louit Frères

- latte q.b.

- 1 scalogno

- 4 cucchiai circa di farina 0

- olio extra vergine di oliva

- vino bianco

- sale

- pepe

Disporre la carne in un piatto, cospargerla con la farina e mescolare, in modo che tutti i pezzetti di carne siano ben infarinati. Tagliare lo scalogno e sminuzzarlo per bene, poi trasferirlo in un tegame, insieme ad un filo d’olio e fare soffriggere a fuoco dolce. A questo punto unire il pollo e lasciare rosolare per qualche minuto, poi sfumare con il vino (io ne ho versato circa 1/2 bicchiere) e lasciare cuocere ancora, fino a che il vino non sia del tutto evaporato. Nel frattempo, preparare la salsa, versando la senape aromatizzata al dragoncello in una ciotola ed allungandola con del latte (per regolarvi, la salsa dovrebbe assumere una consistenza piuttosto fluida, ma non liquida) ed amalgamare il tutto. Aggiungere la salsa nel tegame, mescolare, aggiustare di sale e pepe e cuocere per circa 6/7 minuti, in modo che la salsa si addensi al punto giusto (se dovesse essere necessario cuocere di più la carne, aggiungere dell’altro latte). Impiattare e servire la carne ancora calda.

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Plumcake vegan al cocco e cioccolato

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L’estate qui non è mai arrivata, lo si può notare dalla vegetazione rigogliosa che non mostra il minimo segnale di sofferenza e aridità, lo si nota dall’abbigliamento delle persone che indossano pantaloni lunghi e golfini sempre sulle spalle, lo si vede dalle piazze delle città, dove i tavolini e le sedie dei bar sono sempre un po’ bagnati e mai nessuno che si sieda a bere qualcosa. Sono tornata da appena due giorni dalla Sicilia (e lì, beh, lì era veramente estate) e mi sembra di aver fatto un salto temporale e di essere piombata in pieno Ottobre. Se non avessi addosso quel po’ di abbronzatura siciliana che ha reso la mia pelle appena ambrata direi che quest’anno il dio del tempo che passa si è dimenticato una stagione: siamo passati, in un batter d’occhio dalla primavera all’autunno, e per vedere un po’ di sole bisogna fare le valigie e partire. Mi chiedo come se la stiano passando gli operatori turistici di gran parte dell’italico stivale di fronte ad una stagione mai partita e già finita; penso a tutti quelli che avevano prenotato da mesi le vacanze e si sono ritrovati con l’ombrello in mano anzichè l’ombrellone; penso a tutte le feste paesane, le sagre, i cinema all’aperto che quest’anno saranno rimasti deserti, penso che sono fortunata ad avere la mia casetta laggiù, nel punto più a Sud d’Italia dove il sole batte per gran parte dell’anno e il mare è sempre una meraviglia. Là mi sono rilassata insieme alla mia famiglia ed ai miei amici, ho fatto delle belle nuotate, scorpacciate di cibo e di libri. Ed ora sono di nuovo qui, rientrata da due giorni e già insofferente alla pioggia ed al cielo bigio. E per fortuna questa situazione sarà solo temporanea, giusto il tempo di fare un paio di lavatrici, rimettere tutto di nuovo in valigia e si parte di nuovo, questa volta verso un’isoletta greca che ci accoglierà per un paio di settimane, e di nuovo sole, di nuovo mare, di nuovo scorpacciate di cibo. E così, in attesa della mia nuova fuga, sono passata di qua, per farvi un saluto e condividere con voi questo dolcetto sano e buonissimo; un plumcake vegano golosissimo da gustare a colazione (oppure, viste le temperature, con una bella tazza di tè caldo a merenda). Fidatevi, è davvero ottimo.

PLUMCAKE VEGAN AL COCCO E CIOCCOLATO

- 150 g di farina 0plumcakeveg3

- 150 g di farina di farro

- 50 g di farina di cocco

- 1 bustina di lievito per dolci

- 140 g di zucchero di canna integrale

- 250 g di latte di soia

- 80 g di olio di semi di girasole spremuto a freddo

- 50 g di cioccolato fondente al 70%

Spezzettare il cioccolato in pezzettini piuttosto piccoli, infarinarli leggermente e mettere da parte. In una terrina setacciare le tre farine, aggiungere la bustina di lievito, lo zucchero di canna e miscelare il tutto; aggiungere a poco a poco il latte di soia, mescolando con una frusta per amalgamare il composto e, sempre continuando a mescolare, unire l’olio, fino ad ottenere un composto privo di grumi. A questo punto incorporare i pezzetti di cioccolata infarinati e dare un’ultima mescolata per distribuirli bene nell’impasto. Trasferire il tutto in uno stampo per plumcake ed infornare in forno pre-riscaldato a 180° per circa 35/40 minuti. Quando il dolce sarà cotto (per sicurezza fare la prova dello stecchino), spegnere il forno e lasciare il plumcake a raffreddare nel forno semi-aperto.

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Clafoutis aux cerises

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In genere, quando decido di provare a riprodurre un piatto tipico di qualche paese straniero, piuttosto che azzardare delle varianti o provare a sperimentare modifiche di qualunque tipo, preferisco di gran lunga attenermi alla versione tradizionale della ricetta, un po’ perché mi piace imparare dalla tradizione dura e pura, un po’ perché vorrei che questo blog fosse, tra le altre cose, una sorta di compendio della cucina internazionale più tradizionale, con le ricette il più possibile vicine a quelle originali. Per questo motivo mi piace molto documentarmi e studiare la storia gastronomica degli altri paesi, andare alla ricerca delle origini di un piatto, cercare notizie circa la sua provenienza, i suoi ingredienti di base, il procedimento più classico per realizzarlo. Così quest’anno, quando il mio albero di ciliegie si è riempito di splendidi frutti rossi e dolcissimi, ho deciso che era giunto il momento di provare a realizzare un clafoutis, dolce tradizionale francese, di origine contadina, tipico del Limousin, una torta a base di frutta, in questo caso ciliegie, cotta in forno in una pastella che ricorda quella delle crêpes. Andando a spulciare su vecchi libri e navigando su alcuni blog francesi che frequento di solito, mi sono resa conto che la ricetta tradizionale del clafoutis prevede che le ciliegie vengano semplicemente pulite e messe nella tortiera intere, con tutto il nocciolo; questo perché i noccioli conferirebbero alla torta un aroma ancora più deciso e particolare. Ecco, qui, per una volta, mi sono leggermente discostata dalla ricetta originale, perché io le ciliegie le ho tutte snocciolate, dovevo offrire la torta a degli amici e non volevano che rischiassero un molare per il mio integralismo culinario. Ovviamente, se deciderete di provare a realizzare questa torta seguendo passo passo i dettami della tradizione, sappiate che si prepara davvero in un minuto; la parte più brigosa è, infatti, snocciolare una per una le ciliegie, per il resto zero difficoltà e tanta tanta bontà.

P.S. Alla fine, come prevedevo, non ho saputo resistere alla tentazione di mangiare le mie ciliegie raccogliendole direttamente dall’albero e, dato che una tira l’altra praticamente le ho finite tutte in questo modo, nel giro di pochi giorni; ne è rimasta giusto una manciata che potete vedere nella foto qui sotto e così, per il clafoutis, sono dovuta andarle a comprare al mercato contadino vicino casa ;-)

CLAFOUTIS AUX CERISESclafoutiscerises1

- 2 uova

- 120 g di zucchero di canna

- 100 g di farina 00

- 300 ml di latte

- 1 pizzico di sale

- 500 g di ciliegie

- burro per imburrare la tortiera

Lavare bene le ciliegie e snocciolarle, cercando di eliminare il nocciolo e mantenendo il più possibile integro il frutto (ovviamente, se deciderete di utilizzare le ciliegie intere questa operazione potrà essere omessa). Rompere le uova intere in una ciotola, unire lo zucchero ed iniziare a mescolare con una frusta; quando il composto sarà ben amalgamato, aggiungere, a poco a poco la farina, continuando a mescolare per evitare i grumi, poi unire il latte, fino ad ottenere un composto liquido e senza grumi. Imburrare una tortiera, riempirla con le ciliegie e versarvi sopra l’impasto, poi mettere in forno a 200° per circa 30 minuti. Il dolce può essere servito tiepido oppure freddo (in questo caso lasciarlo in frigo per un paio d’ore).

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Spanakopita, triangoli di pasta phyllo con spinaci e feta

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L’estate ormai è arrivata in tutto il suo splendore ed io sono già totalmente, irrimediabilmente, in pieno mood vacanze. È vero, i giorni che mi separano dalle ferie sono ancora tantissimi e, ancora per un po’, dovrò accontentarmi di brevi fughe durante il week end per soddisfare la mia voglia di mare e spiagge, ma io sto già segnando sul calendario ogni singola ora che manca alla mia partenza. Quest’anno, poi, sarà un’estate un po’ particolare, perchè oltre alla mia amata Sicilia, dove andrò come ogni anno a raggiungere la mia famiglia, a fine agosto prenderò un aereo per la Grecia, dove mi aspettano due settimane di puro relax a zonzo per un’isoletta del Dodecanneso. Per me e per il paziente fidanzato sarà un ritorno dopo sette anni in terra Greca; di quella vacanza, trascorsa in un’isola delle Cicladi, ricordo l’acqua cristallina, le spiagge semi-deserte di fine estate, le casette bianche e le finestre azzurre ed un vecchio motorino che faticava troppo a fare le salite; ricordo anche il cibo, perfetta sintesi di sapori e profumi mediterranei e ricordo certe taverne, un po’ isolate e fuori dalle rotte turistiche, dove consumavamo le nostre cene  all’ombra dei pergolati di vite americana. Ecco, sono stati proprio tutti questi bei ricordi a farci decidere di tornare in Grecia, sperando che la magia si ripeta anche quest’anno. E come ogni avventura che si rispetti, c’è bisogno della giusta preparazione, e così, oltre a leggere guide, preparare itinerari e farmi un ripassino generale di storia greca (che non fa mai male) non posso tralasciare anche la parte culinaria di questa vacanza e mi sto dedicando allo studio anche in questo campo, che non sia mai dovessimo arrivare impreparati :-). Le idee, certo, non mancano e, volendo si possono trovare suggerimenti qui, qui, e anche qui. E poi l’altro giorno, che dovevo consumare una confezione di pasta phyllo che avevo nel congelatore, mi sono divertita a realizzare delle spanakopita, altro must ellenico, che acquistavamo spesso nella bakery locale, durante la suddetta mitica vacanza, e consumavamo a pranzo, in spiaggia sotto l’ombrellone. E in attesa di poterle mangiare davvero sulle rive del mare Egeo, devo dire che queste mi hanno regalato la loro bella soddisfazione.

SPANAKOPITA, TRIANGOLI DI PASTA PHYLLO CON SPINACI E FETAspanakopita2

- 1 confezione di pasta phyllo surgelata

- 200 g di feta greca

- 450 g di spinaci freschi

- 1 scalogno

- 1 uovo fresco

- olio extra-vergine di oliva

- sale

- qualche ciuffo di aneto fresco

- pepe nero

Lavare bene le foglie degli spinaci sotto l’acqua corrente , tagliarle grossolanamente e metterle a bollire in acqua fredda, facendole cuocere per circa 4/5 minuti dal momento in cui prenderà il bollore. Nel frattempo scaldare dell’olio in una padella capiente e fare soffriggere lo scalogno tritato sottilmente. Scolare bene gli spinaci, trasferirli nella padella e fare cuocere qualche minuto a fiamma vivace insieme allo scalogno, in modo che la verdura si insaporisca per bene. A fine cottura aggiungere l’aneto tritato sottilmente e lasciare raffreddare. A questo punto trasferire gli spinaci in una ciotola, insaporire a piacimento con sale e pepe, aggiungere la feta sbriciolata grossolanamente ed infine legare il tutto con un uovo. Cominciare, quindi, a preparare i triangoli di phyllo. Prendere la pasta phyllo dal congelatore (è fondamentale che rimanga sempre umida, altrimenti rischia di seccare e diventare troppo fragile e non più lavorabile, quindi, in caso di tempi lunghi, coprire i fogli non utilizzati con uno strofinaccio), tagliare i fogli in rettangoli stretti e lunghi, tutti della stessa misura, poi  mettere un foglio sul piano di lavoro, spennellare la superficie di questo e sovrapporre un secondo foglio. In un angolo mettere una cucchiaiata di ripieno di spinaci e feta, coprire con un lembo di pasta e procedere formando dei triangoli (se volete, sul web esistono un sacco di tutorial che spiegano come realizzare dei triangoli perfetti), in modo che il ripieno non fuoriesca. Spennellare i triangoli con altro olio e sistemarli su una teglia. Infornare in forno preriscaldato a 180° per circa 25 minuti, o comunque fino a che la pasta non assuma un colore dorato. Servire caldi.

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Crème brûlée

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Una volta, un po’ di tempo fa, mi è stato chiesto di indicare un piatto che potesse in qualche modo rappresentare i miei gusti, scelta davvero ardua, considerando la vastità delle possibilità tra cui poter attingere. Insomma, dopo aver pensato un po’ e vagliato attentamente ogni possibile risposta (e di variabili ce ne erano a migliaia, credetemi, non è una decisione per niente facile) beh, alla fine la scelta è caduta proprio sulla crème brûlée. Perchè è un dessert, innanzitutto, e i dessert sono fatti per essere mangiati a fine pasto, giusto così, per sfizio, quando già siamo sazi e non mangiamo più per fame, ma per scelta e il nostro dessert diventa una piccola gratificazione per il nostro palato, a cui spesso, non sappiamo rinunciare. Altro fattore, non meno fondamentale, è che si tratta di un dolce di origine francese e, ça va sans dire, chi legge questo blog conosce già la mia non troppo velata passione per la cucina d’oltralpe (senza contare poi tutte le commistioni con il cinema francese ed il famoso cucchiaino di Amélie Poulain che va a rompere, con enorme soddisfazione, la superficie croccante della crème brûlée, per andare a svelare il suo interno, morbido e voluttuoso, una vera goduria per i sensi). Infine, quello che mi piace particolarmente di questo dolce è la sua semplicità ed il fatto che la qualità dei suoi pochi ingredienti sia quanto meno fondamentale perchè il suo gusto possa risultare eccellente, insomma un piccolo concentrato di cremosa bontà racchiuso dentro una crosta croccante di zucchero di canna caramellato, per me un esempio di perfezione culinaria, voi non trovate? Ecco ve l’ho confessato, io vado letteralmente pazza per questo dolce, che ordino spesso al ristorante come dessert (e che spesso diventa una vera e propria discriminante per giudicare il valore del ristorante stesso), e poi, da quando ho acquistato anche il cannello per caramellaro lo zucchero è una grande soddisfazione anche prepararlo in casa. La ricetta la trovate qui di seguito, io in genere la preparo il giorno prima, la suddivido nelle cocottine e la faccio riposare in frigo, poi, poco prima di servirla procedo con la caramellizzazione dello zucchero. Mi raccomando, per una buona riuscita è importante che gli ingredienti siano di ottima qualità e, soprattutto, al bando vanillina e qualsiasi altro aroma artificiale; una buona stecca di vaniglia e fondamentale perchè i sapori siano perfettamente equilibrati.

 

CRÈME BRÛLÉEcremebrulee1

- 5 tuorli d’uovo

- 500 ml di panna liquida

- 120 g di zucchero di canna Demerara

- 1 baccello di vaniglia

 

Versare la panna fresca in una casseruola; incidere il baccello di vaniglia nel senso della lunghezza e, con l’aiuto di un coltellino raschiare i semi; versare i semi nel pentolino con la panna, unire anche il baccello della vaniglia, portare a bollore poi fare sobbollire per 5 minuti, infine togliere dal fuoco e lasciare in infusione per circa 20 minuti. Nel frattempo, in una ciotola, sbattere i tuorli con 60 g di zucchero di canna. A questo punto riprendere il pentolino ed eliminare i baccelli, versare la panna alla vaniglia sul composto di uova e zucchero e mescolare con le fruste fino ad ottenere un composto omogeneo. Quando la crema sarà pronta, suddividere il composto nelle singole cocottine. Accendere il forno e riscaldarlo a 180°; versare dell’acqua in una teglia piuttosto larga, e sistemarvi all’interno le cocottine, in modo che possano cuocere a bagnomaria. Lasciare cuocere per circa 1 ore. Quando la crema sarà cotta estrarre dal forno e farle raffreddare in frigorifero. Prima di servire la crema, cospargere ogni singola cocottina con lo zucchero di canna rimasto e farlo caramellare bene con l’apposito cannello. Servire subito (la superficie caramellata dovrà essere ancora calda, mentre la crema dovrà essere ben fredda).

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Apfelstrudel – Strudel di mele

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Una delle cose che amo di più quando viaggio è, tra le altre, conoscere e sperimentare la cucina tradizionale dei luoghi che visito. Insomma, non dico che scelgo le mete dei miei viaggi in base alla cucina locale, ma, senza dubbio, non partirei mai senza prima essermi documentata a fondo sui piatti tipici e i prodotti gastronomici locali ed aver stilato una lista completa di locali e ristoranti da provare, dalla colazione alla cena. Per fortuna, il paziente fidanzato la pensa esattamente come me, anzi, il suo passatempo preferito quando siamo in viaggio è proprio andare alla ricerca di ristorantini che possano destare il suo interesse (ma anche panifici, pasticcerie, banchi del mercato o chioschetti  di street-food) da testare alla prima occasione. Questa sua curiosità gastronomica è una delle cose che mi piace di lui, che ci accomuna, e che mi fa pensare che per me non esiste un compagno di viaggio migliore. Perchè per me la curiosità verso la cucina di un paese straniero, che sia vicino o lontano anni luce dalle nostre abitudini culinarie, è sintomo di interesse verso tutto ciò che è altro da noi, come per l’architettura, l’arte o la storia di ogni civiltà e per questo è  imprescindibile per conoscere a fondo il luogo che visito e che mi ospita. Detto questo, ci sono alcuni luoghi che, gastronomicamente parlando, ci sono rimasti nel cuore più di altri (o forse sarebbe meglio dire nella pancia :-) ) e di cui conserviamo ricordi ormai indelebili nella nostra memoria; il fatto è che una volta tornati a casa, sempre carichi di souvenir commestibili, facciamo di tutto per recuperare quel particolare sapore o quel tal profumo che si respirava in quel ristorantino tipico che tanto abbiamo amato, ma non c’è nulla da fare, lo stesso cibo, per quanto fedelmente riprodotto a casa, non sarà più così suggestivo, se scisso dal suo luogo di provenienza. Come per quelle madeleines che mangiavamo per colazione in una piccola boulangerie ad Antibes, in Costa Azzurra, oppure il tè alla mela gustato a Istanbul nel caffè accanto al Bazar delle spezie, che abbiamo comprato e portato in Italia, ma che poi, bevuto a casa era tutta un’altra cosa. Certo, è vero, certe sensazioni non saranno mai più riproducibili altrove, ma questa sacrosanta verità non mi ferma dall’imparare a conoscere tradizioni culinarie differenti dalle mie, sperimentare anche a casa nuovi sapori e nuove ricette ed arricchire la mia cultura in fatto di cibo. E così, dall’ultimo viaggio in Baviera di qualche mese fa, siamo tornati appagati dal buon cibo e dalla buona birra e con una passione smodata per lo strudel di mele che là è una vera e propria istituzione. Io ci ho provato a rifarlo, grazie anche ad una ricetta gentilmente fornita da mia sorella che è davvero ottima; certo, mancherà l’atmosfera bavarese, i boccaloni traboccanti di birra e le simpatiche ragazze in abiti tradizionali che servivano ai tavoli, non sarà come gustarselo in un ristorante di Norimberga, ma datemi retta, provatelo, perchè ne vale veramente la pena e poi, magari, vi verrà voglia di fare un bel viaggetto verso la Germania. 

APFELSTRUDEL

per la sfoglia:

- 250 g di farina 00apfelstrudel3

- 2 cucchiai di olio extra-vergine di oliva

- 1 uovo

- 1/2 bicchiere di acqua tiepida

- 1 pizzico di sale

per il ripieno:

- 180 g di burro

- 120 g di pangrattato

- 800 g di mele

- 120 g di zucchero

- 100 g di uvetta

- 2 cucchiaini di cannella

- 1 limone bio

Preparare la sfoglia, disponendo la farina a fontana, insieme al sale; al centro mettere l’uovo, versare l’olio extra-vergine di oliva ed iniziare ad impastare fino a creare una sfoglia ben lavorabile ed elastica. Formare una palla e lasciare riposare per circa mezz’ora. Nel frattempo fare sciogliere 90 g di burro in una padella e, una volta sciolto, spegnere il fuoco, unire il pangrattato e mescolare per bene, in modo che si amalgami completamente al burro, poi mettere da parte. Tagliare le mele a tocchetti sottili (io le taglio a fettine sottili, poi divido le fette in due) e trasferirle in una ciotola capiente; unire lo zucchero, il pangrattato, la buccia grattugiata del limone, la cannella l’uvetta rinvenuta in un bicchiere d’acqua e ben strizzata, poi amalgamare il tutto. Riprendere la pasta ed iniziare a stenderla con il mattarello fino ad ottenere una sfoglia sottilissima (è consigliabile fare questa operazione su un foglio di carta forno, in modo da trasferire lo strudel, una volta pronto, direttamente sulla leccarda con l’aiuto della carta forno). Quando la sfoglia sarà abbastanza allargata, spennellarla nella parte interna con il resto del burro fatto sciogliere in un pentolino, versare il ripieno e ripiegare la pasta, facendo attenzione a non romperla e chiudere i due lembi dello strudel facendoli aderire per bene. Trasferire lo strudel in una leccarda da forno ed infornare a 200° per circa 40 minuti. Sfornare e lasciare raffreddare, poi tagliare a fette e servire, magari accompagnato da una pallina di gelato alla crema, o da una crema inglese aromatizzata alla vaniglia.

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