Uova in cocotte con salmone e ricotta

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Settembre è sempre un mese un po’ particolare, che non sai mai se classificarlo come l’ultimo mese estivo oppure il primo autunnale, diviso tra il desiderio di perseguire ad oltranza il mood vacanziero e la voglia di ripartire con uno spirito tutto nuovo, un nuovo taglio di capelli e tanti buoni propositi da mantenere in vista dell’inverno. A settembre ricominciano le scuole, le nostre serie TV preferite, i corsi in palestra e anche il lavoro sembra ripartire con nuovi stimoli di ritorno dalle ferie, con una bella scrivania ordinata e tanta energia per andare avanti, sperando che duri almeno fino alle prossime vacanze. D’altro canto, però, non riusciamo ad abbandonare del tutto i ricordi delle belle serate estive e ci disperiamo vedendo la nostra abbronzatura dorata, schiarirsi irrimediabilmente dopo ogni doccia. Insomma che questo sia un mese un po’, come dire, confuso, lo si può intuire anche dagli armadi che sembrano impazziti, per cui per strada ti capita di incontrare gente in shorts e infradito accanto ad altri con addosso il piumino. La cosa, però, che io amo particolarmente del rientro in città, un rituale a cui non rinuncerei per nulla al mondo, è organizzare un aperitivo o un brunch con le amiche più care per farci un bel resoconto dettagliatissimo delle nostre rispettive vacanze; è una cosa che ho sempre fatto, fin dai tempi della scuola, quando, dopo due mesi trascorsi al mare in Sicilia, mi ritrovavo con le amiche di scuola per raccontarci delle vacanze e delle nostre cotte estive, insomma, una tradizione che ho sempre fedelmente rispettato negli anni. E per un incontro tra amiche, all’insegna della semplicità, ma con un tocco di eleganza, queste uova in cocotte per me sono l’ideale: velocissime da fare, ma di effetto, poi, basta apparecchiare la tavola in maniera carina e si può dare il via alle chiacchiere a ruota libera.

UOVA IN COCOTTE CON SALMONE E RICOTTAcocottesalmone2

per 2 persone:

  • 2 uova
  • 200 g salmone affumicato
  • 200 g di ricotta fresca
  • aneto
  • erba cipollina
  • sale
  • pepe
  • 4 fette di pancarrè

Tagliare le fette di salmone affumicato a listarelle, trasferirle in una terrina e mescolarle con la ricotta e l’aneto lavato e tagliuzzato; aggiustare di sale (giusto un pizzichino!) e pepe. Suddividere il composto di ricotta e salmone in cocottine monoporzione, precedentemente spennellate di olio, riempiendole per circa 3/4, poi, delicatamente, rompere un uovo in ciascuna cocotte, facendo attenzione a non rompere il tuorlo e a farlo posizionare il più possibile al centro. Riempire per metà una teglia da forno con dell’acqua, sistemarvi dentro le cocotte e infornare a 180° in modo che cuociano a bagnomaria fino a quando l’uovo non sarà cotto, ci vorranno circa una decina di minuti. Nel frattempo tagliare a fettine il pancarrè e farlo tostare in un tostapane. Quando le uova saranno pronte toglierle dal forno, spolverizzarle con un po’ di erba cipollina tagliuzzata e servirle calde con il pane tostato da accompagnamento.

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Tartellette al limone

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Dunque, qui da un po’ di tempo accade che siamo entrati in una fase agonistico/sportivo che mai prima d’ora: il paziente fidanzato si è scoperto un runner talentuoso ed ogni fine settimana è impegnato in qualche gara di atletica che gli dà grandi soddisfazioni; io, invece, sono bravissima ad accompagnarlo alle gare, a fare il tifo per lui e mi sono auto-nominata sua fotografa ufficiale per immortalarlo al traguardo (e ci vuole un certa abilità anche per questo!). Ecco, come avrete capito, lui è sempre stato lo sportivo di casa, che ha praticato sport fin da bambino con una costanza che io me la sogno, mentre io sono quella che ogni anno fa l’abbonamento quadrimestrale in palestra e, dopo due settimane di frequentazione di ogni possibile corso, saluti e baci e chi si è visto si è visto. Ad ogni modo, questa sua nuova passione lo ha inevitabilmente portato a modificare il suo stile di vita, con un’alimentazione più sana e attenta, meno aperitivi e più allenamenti settimanali e tutto questo è ovviamente ricaduto anche sulle mie abitudini alimentari. A dire la verità non dispiace nemmeno a me mangiare in modo più salutare, che tra l’altro non vuole necessariamente dire mangiare robe tristanzuole e scondite, però, ogni tanto, una piccola gratificazione alimentare, uno sgarro alle regole ci sta, altrimenti che vita sarebbe? Che poi diciamolo, un bel dolcetto preparato in casa con amore fa anche bene, sopratutto all’umore. Le tartellette al limone sono tra i miei dolci preferiti, adoro il sapore acidulo del limone che dona freschezza alla frolla ed ogni volta che arrivano a casa dei limoni biologici e buoni cerco sempre di tenerne qualcuno da parte per fare questi dolcetti. Io li trovo molto adatti come dessert dopo una cena di pesce, ma anche per accompagnare un tè con le amiche sono perfetti.

P.S. Ovviamente le dosi vanno bene anche per fare una singola crostata.

TARTELLETTE AL LIMONEtartellettelimone3

per la frolla:

  • 200 g di farina 00
  • 100 g di zucchero semolato
  • 100 g di burro
  • 1 uovo fresco

per la crema al limone:

  • 2 limoni succosi bio
  • 60 g di burro
  • 150 g di zucchero semolato
  • 3 uova fresche

Preparare la frolla versando farina e zucchero a fontana su una spianatoia, versare al centro l’uomo ed il burro tagliato a tocchetti. Iniziare ad impastare partendo dal centro con la punta delle dita e via via amalgamare le polveri prendendole ai lati. Lavorare la pasta per qualche minuto, evitando di scaldarla eccessivamente, poi formare una palla liscia ed omogenea, coprirla con della pellicola trasparente e mettere in frigorifero per circa un’ora. Nel frattempo preparare il ripieno al limone: in una ciotola capiente, oppure nella planetaria, sbattere le uova intere con lo zucchero fino a creare un composto spumoso e chiaro, unire la scorza grattugiata ed il succo dei limoni ed il burro ammorbidito e continuare a mescolare per qualche minuto. Prendere la frolla dal frigo e, su un ripiano ben infarinato, iniziare a stenderla con il mattarello fino a creare una sfoglia di 1/2 cm circa. Trasferire delicatamente la frolla, con l’aiuto del mattarello, in uno stampo da crostata già imburrato ed infarinato (o in stampini singoli come ho fatto io) e sistemarla, ritagliando i bordi in eccesso e facendo aderire bene i bordi allo stampo. Bucherellare la base con una forchetta e versarvi sopra il ripieno al limone. Infornare a 180° per circa 30 minuti, fino a quando la base non avrà un bel colorito dorato. Una volta raffreddata togliere dallo stampo e servire.

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La Brioche (di Julia Child)

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Ecco, io non ho mai nascosto la mia passione insanabile per le brioches a colazione. E non sto parlando solo di mangiarle, magari appena sfornate, con quel profumino avvolgente che si spande per tutta casa; no, io adoro proprio preparare la pasta brioche, sentire l’aroma dolciastro del burro che si mescola a quello lievemente acido del lievito, affondare le mani nell’impasto morbito ed elastico che si scalda durante la lavorazione e poi attendere, con pazienza, che la pasta lieviti, lentamente, con i suoi tempi, protetta da un canovaccio che nasconde agli sguardi curiosi il mistero della lievitazione… a volte penso che potrei fare solo quello nella vita. Lo so, detta così sembra proprio che io sia in preda a deliri di tipo mistico/gastronomici, ma sono certa che alcuni di voi panificatori incalliti, si identificheranno benissimo nelle mie parole :-) E per fortuna abbiamo Santa Julia Child che viene in nostro soccorso, non appena ci prende la voglina di mettere le mani in pasta, con questa meravigliosa ricetta della brioche française. In realtà ne trovate già un’altra nel mio blog (esattamente qui) che avevo sperimentato e approvato a suo tempo, ma quando si tratta di una ricetta di Nostra Signora della Cucina Francese, non ho potuto esimermi e mi sono messa immediatamente all’opera. Tra l’altro, giusto per variare un po’, mi sono divertita molto anche a creare delle mini brioches dalla forma intrecciata che mi hanno dato tantissima soddisfazione (trovate tutti i dettagli e i riferimenti nella ricetta sotto). Il procedimento è un pochino più lungo e laborioso, ma non così tanto, però credetemi, i risultati sono davvero eccellenti ed il piacere di poter mangiare una brioche così fragrante e profumata per colazione sarà pari a quello provato per la loro realizzazione.

BRIOCHE (DI JULIA CHILD)

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per l’èponge:

  • 85 ml di latte
  • 20 g di lievito di birra fresco
  • 1 uovo
  • 360 g di farina 0 (io ho sostituito circa il 30% con della farina Manitoba)

per l’impasto:

  • Èponge
  • 110 g di zucchero semolato
  • 4 uova
  • 1/2 cucchiaino di sale
  • 170 g di burro a temperatura ambiente
  • 150 g di farina (io ho sostituito circa il 30% con della farina Manitoba)

per la rifinitura:

  • 1 tuorlo d’uovo
  • acqua q.b.
  • granella di zucchero

Iniziare preparando l’èponge (si tratta della biga, ma in francese ha un suono più soave),  facendo intiepidire il latte e sciogliendovi dentro il lievito. Unire l’uovo ed iniziare a mescolare, poi aggiungere 180 g di farina ed impastare nella planetaria per qualche minuto. Fermare la macchina e versare a pioggia sull’impasto i restanti 180 g di farina e lasciare riposare la biga ricoperta di farina per circa 1 ora a temperatura ambiente. Trascorso questo tempo l’impasto sarà cresciuto ed avrà prodotto delle crepe sulla copertura di farina. A questo punto unire all’èponge lo zucchero, il sale, le uova precedentemente sbattute e la farina ed impastare con la planetaria per almeno una ventina di minuti, tempo necessario per fare incordare per bene la pasta (se dovesse risultare troppo appiccicosa, se, ad esempio avete utilizzato uova molto grandi, aggiungere altri 30 g di farina in più). Nel frattempo tagliare il burro a tocchetti e, quando l’impasto sarà pronto, incorporare il burro, un pezzettino alla volta, facendo attenzione che ogni pezzetto sia stato completamente assorbito nell’impasto prima di mettere il successivo. Impastare ancora un quarto d’ora circa. Formare una bella palla, che dovrà essere liscia e lucidina, metterla in una ciotola, coprirla con un canovaccio e fare lievitare per un paio d’ore abbondanti in un luogo riparato della casa (io l’ho messa in forno con la luce accesa per mantenere un certo teporino). L’impasto dovrà raddoppiare di volume. A questo punto è arrivato il momento di dare una forma alle brioches. Per realizzare delle brioches monoporzione, riprendere l’impasto, sgonfiarlo e dividerlo in pezzi da circa 100 g l’uno. Io ho seguito i consigli di Mollica di pane da cui ho preso spunto per la ricetta, ed ho deciso di cimentarmi in questa bellissima forma intrecciata che mi ha dato grandi soddisfazioni. Tutti i passaggi fotografici sono in questo interessante post del blog francese Piroulie, che spiega benissimo come realizzare l’intreccio. Una volta realizzate le brioches, sistemarle nella leccarda coperta di carta forno distanziandole l’una dall’altra, lasciarle riposare per un’oretta, poi spennellarle con una miscela di tuolo e acqua, cospargerle di granella di zucchero ed infornare a 180° con forno preriscaldato per circa mezz’ora (il tempo di cottura varia da forno a forno, le brioche dovranno essere ben dorate, ma non bruciate, quindi controllate bene durante la cottura). Sfornare e servire, sono ottime sia calde che fredde. Io, dopo la cottura ne ho congelate un po’; riscaldate al microonde, all’occorrenza, sono davvero ottime.

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Bretzel

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Chi mi conosce, sa quanto io ami cimentarmi con piatti tipici di altri paesi o comunque con cucine diverse dalle mie tradizioni. Adoro documentarmi, andare a studiare nei dettagli le origini della ricetta, approfondire le tecniche e gli ingredienti su libri e sui siti specializzati e poi cercare di replicare, cercando di rimanere il più fedele possibile al piatto originale. Ed è per me un gran divertimento andare a caccia di quel particolare ingrediente nei negozietti etnici, oppure di quell’utensile introvabile senza il quale non potrei cominciare nemmeno a preparare il piatto. Giusto qualche mese fa, in pieno mood natalizio, mi ero fatta prendere dalla smania di preparare appunto i bretzel (o pretzel che dir si voglia), quei meravigliosi panini dall’inconfondibile forma, tipici della Baviera (ma anche di tutta quella parte d’Europa centrale che comprende Austria, Svizzera e Tirolo) che erano stati il mio vero e proprio “pane quotidiano” durante il viaggio in Germania di un paio di anni fa (a Norimberga, per i mercatini di Natale, si trovano banchetti che vendono bretzel ad ogni angolo di strada, ed io non mi  sono mai tirata indietro negli assaggi). Quello che però ha frenato il mio entusiasmo, una volta letti gli ingredienti della ricetta originale, è stata l’utilizzo della soda caustica  durante il processo di bollitura di questi panini (necessaria, a quanto pare, a donare ai bretzel quel colore brunastro e il loro sapore tipico). Ecco, ammetto che la cosa mi ha un attimo destabilizzato, e, dopo essermi immaginata a correre al pronto soccorso con ustioni di terzo grado in tutta la faccia, ho deciso di accantonare l’idea ed abbandonare l’esperimento. Qualche giorno fa, però, ho scovato in rete il blog di Fables de sucre  con la ricetta dei bretzel in cui la soda caustica veniva sostituita con un composto di bicarbonato e sale (che, siete d’accordo con me che è di gran lunga più tranquillizzante come cosa?) ed ho deciso di provare questa alternativa, abbandonando, per una volta, il mio integralismo culinario. E devo dire che il risultato mi ha soddisfatto in pieno, non ho trovato nessuna differenza con quelli mangiati in Germania e la mia pelle si è salvata da probabilissime ustioni. Insomma, se siete fifone come me e preferite una ricetta meno “esplosiva” (LOL), senza rinunciare però al gusto e alla fragranza dei bretzel originali, date retta a me, provate questa ricetta, poi mi direte.

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  • 500 g di farina 0
  • 5 g di lievito di birra
  • 250 g di acqua
  • 40 g di burro
  • 10 g di sale fino
  • 5 g di zucchero semolato
  • sale grosso di Maldon (per la rifinitura)

per la soluzione di bicarbonato:

  • 1,5 l di acqua
  • 80 g di bicarbonato
  • 20 g di sale fino

Preparare l’impasto: in un bicchiere versare una parte dell’acqua a temperatura ambiente e sciogliervi il lievito di birra. Versare la farina nella planetaria, aggiungere prima il lievito sciolto nell’acqua, e lavorando con il gancio, aggiungere a poco a poco la restante acqua, lo zucchero, poi il sale fino e fare assorbire tutto di volta in volta. A questo punto unire il burro, a temperatura ambiente a pezzetti, versando un pezzo alla volta e aspettando che sia completamente assorbito prima di unire il successivo. Continuare a lavorare l’impasto, fino ad incordarlo (ci vorranno una decina di minuti): si dovrà ottenere un impasto estremamente liscio e piuttosto sodo. Completata la lavorazione, riprendere l’impasto, formare una palla e metterla in una terrina, coprire con un telo e fare lievitare in un posto caldo (io l’ho sistemata dentro al forno spento con la luce accesa) per circa 3 ore. Nel frattempo, preparare la soluzione versando in una casseruola capiente il bicarbonato e il sale fino in un litro e mezzo di acqua fredda, dare una mescolata e lasciare riposare. Trascorso il tempo di lievitazione, riprendere l’impasto, sgonfiarlo, dividerlo in 5 pezzi di peso uguale e cominciare a formare i bretzel, ricordandosi di coprire i pezzi che non si stanno lavorando con della pellicola trasparente per evitare che la pasta si asciughi troppo. Per dare la forma ai bretzel, si parte allungando la pasta facendola rotolare sulla spianatoia ed allungandola, facendo attenzione a lasciare la parte centrale più grossa ed assottigliando le estremità. Quando il pezzo di pasta sarà abbastanza lungo, formare una U, prendere le estremità e riportarle verso il centro, incrociandole ed attaccarle alla pasta, schiacciando appena le estremità. Non so se mi sono spiegata bene, comunque, in rete troverete tanti tutorial fatti bene. Procedere con gli altri pezzi e sistemarli via via si dei pezzi di carta forno (io ho ritagliato la carta forno in singoli pezzi, per aiutarmi nelle fasi successive) e lasciare riposare per circa un’ora coprendo i bretzel con della pellicola trasparente, poi togliere la pellicola e lasciare ancora mezz’ora a riposo. Portare, quindi ad ebollizione la soluzione con bicarbonato e tuffare i bretzel, uno per volta, per circa 20 secondi in acqua bollente, poi riprendere i bretzel dall’acqua con l’aiuto di una ramina e lasciarli asciugare su un canovaccio. Terminata questa operazione, rimettere i bretzel sulla leccarda ricoperta di carta forno, praticare un’incisione orizzontale lungo la pancia, cospargere con il sale di Maldon (o, in alternativa, del sale grosso) e infornare in forno caldo a 200° fino a che i bretzel non assumeranno un colorito bruno. Sfornare e servire.

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Kougelhopf di Christophe Felder

 

 

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La notizia di pochi giorni fa, del terribile incidente occorso in Spagna al gruppo di ragazze Erasmus, durante il viaggio in pullman che da Valencia le stava riportando a Barcellona mi ha molto colpito ed addolorato: ho pensato molto a loro, alle loro giovani vite spezzate, al dolore dei genitori e dei familiari che le avevano lasciate andare perchè inseguissero i loro sogni andando a fare un’esperienza all’estero e in loro ho rivisto me stessa di qualche tempo fa. Perché anche io ho fatto parte di quella che viene ormai definita dai media “la generazione Erasmus” e lo so, sono trascorsi ormai diversi anni (mammamia quanti!!!), ma ricordo quel periodo come uno dei più belli della mia vita, pieno di speranze, aspettative e sogni che ho condiviso con ragazzi come me, che arrivavano da tutta Europa, con le stesse speranze, aspettative e sogni. Durante quell’anno trascorso lontano da casa non solo ho studiato, ma sono cresciuta, ho formato il mio carattere, ho acquisito sicurezza e sono diventata quella che sono oggi; ho imparato a confrontarmi con culture diverse dalla mia, ho assaggiato cibi che non avevo mai provato prima, cucinati in cucine improponibili di appartamenti improponibili, ho imparato a viaggiare con uno zaino in spalla e pochi soldi ed ho vissuto in un continuo vortice di emozioni che ha dato luce ai miei vent’anni. Se ripenso a quei mesi rivedo tanti volti che hanno incrociato il mio: molti di questi si confondono tra di loro, altri, invece, fanno ancora parte della mia vita da allora, perchè quell’esperienza ci ha unito per sempre, anche se ora viviamo ai quattro angoli del mondo. Insomma, credo che la vita mi abbia regalato una fantastica opportunità offrendomi la possibilità di studiare all’estero e non ringrazierò mai abbastanza chi mi ha spinto a cogliere questa occasione. Ho letto e sentito tante opinioni sull’argomento in questi giorni, alcune delle quali, forse dettate dall’ansia e dalla paura di questo particolare momento storico, cercavano di trovare il male in questo bellissimo progetto universitario, mistificando il senso più profondo dell’Erasmus, che è condivisione di saperi, conoscenze e arricchimento personale. Forse il pensiero di fare andare lontano i propri figli fa paura, soprattutto in questi anni dove il terrore e la violenza campeggia sulle pagine dei quotidiani, credo però sia sbagliato fare passare l’idea che l’Erasmus sia inutile e, addirittura, dannoso. E sì, lo so che questo è un blog di cucina e si dovrebbe parlare di cibo, ma il cibo è vita e allora è bello ogni tanto parlare anche della vita, no? A me, per esempio, proprio durante l’anno di Erasmus è nata la passione per la cucina ed ho ancora tutta una serie di ricette che ci eravamo scambiate con altre ragazze conosciute in quel periodo e che avevo trascritto sul mio fedele ricettario. Anche la ricetta di oggi, che non conoscevo assolutamente in quegli anni, è nata dalla mia smania di provare ricette tipiche di altri paesi. Il Kougelhopf, ad esempio, è un dolce dal respiro europeo: nella sua tipica forma a ciambella è tipico dell’Alsazia, ma si prepara anche in Austria, Svizzera, nella Germania del Sud e, sebbene con nomi diversi, si possono trovare ricette simili un po’ in tutta l’Europa Centrale. E’ molto simile all’impasto del nostro panettone, ad esempio, ma dal sapore più neutro e per me adattissimo per la colazione.  La ricetta arriva direttamente nientepopodimeno che dal libro di Felder Patisserie, che è un’assoluta garanzia.

KOUGELHOPF DI CHRISTOPHE FELDER

(dal libro Patisserie di Christophe Felder)kugelhupf3

  • 275 g di farina 00
  • 10 g di lievito di birra fresco
  • 35g di acqua a temperatura ambiente
  • 125 g di latte a temperatura ambiente
  • 1 uovo fresco
  • 90 g di burro
  • 40 di zucchero semolato
  • 1 cucchiaino di sale
  • 50 g di uvetta
  • 2 cucchiai di rum
  • 30 g di mandorle a lamelle
  • zucchero a velo per la finitura

Prima di iniziare a preparare l’impasto mettere l’uvetta a mollo nel rum, in un bicchiere e metterla da parte lasciandola macerare. Passare quindi alla preparazione del lievitino: versare il lievito sbriciolato e l’acqua in una ciotola, oppure nella planetaria, se utilizzate quella. Aggiungere la farina e impastare leggermente, in modo da ottenere una palla di pasta piuttosto soda. Versare sull’impasto la restante farina (225 g) in modo da coprirlo completamente e lasciare riposare per circa mezz’ora in un luogo abbastanza caldo (io ho messo la ciotola nel forno fatto scaldare a 30° e spento) avendo cura di coprire l’impasto con un canovaccio. Nel frattempo fare sciogliere 25 g di burro e spennellarlo accuratamente all’interno dello stampo (io ho utilizzato 3 stampi monodose). Aggiungere le mandorle a lamelle e farle aderire bene all’interno dello stampo, poi mettere da parte. Una volta lievitato, riprendere l’impasto, aggiungere l’uovo, il latte, lo zucchero, il sale, il restante burro a temperatura ambiente (non fuso) ed azionare la planetaria con il gancio, impastando per una decina di minuti. L’impasto finale dovrebbe risultare morbido e elastico e dovrebbe staccarsi dalla parete (io, per raggiungere il risultato desiderato ho avuto bisogno di aggiungere circa 120 g di farina in più, quindi consiglio di cominciare con la dose indicata, poi, se l’impasto dovesse risultare troppo appiccicoso, unire a poco a poco altra farina: l’impasto, comunque non si deve attaccare troppo alle dita, ma essere lavorabile). Incorporare l’uvetta scolata dal rum e ben strizzata, poi formare una palla e mettere a lievitare per un paio d’ore sempre in un luogo piuttosto caldo; l’impasto dovrà raddoppiare di volume. Trascorso questo tempo, spostare l’impasto in una spianatoia infarinata, sgonfiare leggermente, riformare una palla e sistemarla nello stampo apposito precedentemente imburrato e decorato con le mandorle (nel caso si facciano dei mini kougelhopf come ho fatto io, l’impasto va diviso in tre parti e messa ciascuna in uno stampo piccolo) e fare lievitare ancora per un paio d’ore. A fine lievitazione l’impasto dovrebbe essere gonfiato leggermente oltre il bordo dello stampo, ma senza strabordare eccessivamente. Preriscaldare il forno a 180° e cuocere per 20 minuti circa: la cottura varierà se si tratta di uno grande o di 3 piccoli, in ogni caso controllare sempre la cottura con lo stecchino; alla fine il kougelhopf dovrà essere di un bel colore dorato. Fare intiepidire, sformare e decorare con dello zucchero a velo prima di servire.

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Parfait di mandorle con salsa al cacao

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Sono trascorsi ormai 20 giorni dal mio rientro dal viaggio in Andalusia, e solo stasera sono riuscita, finalmente, a mettere a posto le centinaia di foto che ho scattato durante quei giorni. È sempre così, di ritorno dai miei viaggi ho bisogno di qualche tempo perché tutto il turbinio di ricordi e di esperienze nuove che ho fatto trovi un ordine nella mia testa e si sedimenti, perché le cose più importanti emergano in primo piano e i ricordi si facciano più vividi e ricchi di particolari. E allora diventa un piacere rivedere le fotografie, ricordarne esattamente il momento dello scatto ed il motivo per cui proprio quel particolare aveva destato in me un interesse tale da meritare di essere immortalato. Riguardandole, ho trovato le mie fotografie ricche di colori, di volti e di luce, foto che  raccontano dei chilometri macinati in macchina attraversando piccoli paesini bianchi baciati dal sole, della storia e dell’arte di città meravigliose, di piccoli tavolini di ristoranti all’aperto dove abbiamo consumato i nostri pasti migliori e dell’allegria di una vacanza itinerante in cui le scoperte più emozionanti sono venute fuori quasi per caso: il consiglio di uno sconosciuto che ci ha fatto deviare strada per scoprire un piccolo villaggio dove abbiamo mangiato il formaggio più saporito di tutta la vacanza, oppure quel ristorante così carino che abbiamo scovato proprio quando ormai pensavamo di non riuscire più a trovare un posto decente per la cena; e poi la gentilezza delle persone e gli incontri speciali che abbiamo fatto. Insomma attraverso quegli scatti che ora sono ben custoditi in una cartella del mio pc, ho potuto per un attimo ritornare alla spensieratezza di quel viaggio, nell’attesa di poter partire ancora una volta. La ricetta di oggi è un dolce, forse estivo, ma neanche troppo; un dolce tipico siciliano, un semifreddo arricchito dalle mandorle caramellate ed accompagnato da una salsa al cacao che è davvero confortante, anche in questi mesi invernali, e poi è facilissimo da realizzare; insomma, provate, poi mi direte.

PARFAIT DI MANDORLE (CON UOVA PASTORIZZATE) CON SALSA AL CACAO

  • 250 g di mandorle con la bucciaparfaitmandorle2
  • 250 g di zucchero semolato
  • 3 uova
  • 3 cucchiai di acqua
  • 500 g di panna fresca da montare non zuccherata

Per la salsa al cacao:

  • 250 ml di acqua
  • 150 g di zucchero
  • 40 g di cacao amaro in polvere
  • 20 g di burro

 

 

Tritare le mandorle nel mixer in modo grossolano (non devono essere troppo fini). Versare 150 g di zucchero in un tegame, mettere sul fuoco ed aggiungere la granella di mandorle mescolando continuamente fino a che le mandorle non saranno caramellate ed avranno assunto un bel colore brunastro. A questo punto togliere dal fuoco, sistemare le mandorle su un foglio di carta forno e mettere da parte. Montare le uova con lo sbattitore e procedere con la pastorizzazione delle uova, passaggio fondamentale per poter gustare il semifreddo in tutta sicurezza evitando ogni pericolo che possa derivare dalle uova crude: in un pentolino versare l’acqua e lo zucchero rimanente (100 g) e portare lentamente a bollore fino a che il composto non arrivi a 121° (servirà un termometro da cucina); a questa temperatura lo sciroppo di zucchero sarà abbastanza caldo da pastorizzare le uova, ma non troppo perché le uova si cuociano. Versare quindi lo sciroppo sulle uova e continuare a mescolare con lo sbattitore ancora per qualche minuto, poi unire le mandorle e mescolare il tutto con una spatola.  Montare la panna ben ferma ed incorporarla con molta delicatezza al composto di uova e mandorle, con movimenti dal basso verso l’alto per evitare che la panna si smonti. Quando il composto sarà perfettamente amalgamato suddividerlo in stampini singoli in silicone (oppure in uno stampo da plumcake, nel caso si voglia servire il dolce a fette) e mettere in freezer per almeno 5/6 ore. È preferibile prepararlo anche il giorno prima e lasciarlo nel freezer tutta la notte.

Per preparare la salsa, versare lo zucchero ed il cacao in un pentolino e piano piano aggiungere l’acqua, mescolando con una frusta per evitare che si creino dei grumi. Mettere sul fuoco e, continuando a mescolare, portare a bollore e cuocere ancora abbassando il fuoco per circa un quarto d’ora, poi aggiungere il burro e lasciare sciogliere sempre mescolando. Togliere dal fuoco e lasciare raffreddare a temperatura ambiente. Servire come accompagnamento al parfait di mandorle.

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Crostata al cioccolato bianco al profumo di arancia

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È per me ormai consuetudine da diversi anni, il week end che precede la Vigilia di Natale, dedicare l’intera giornata del sabato alla preparazione di biscotti e amenità varie che addolciscono le nostre feste. Mi sveglio la mattina presto, accendo la stufa, metto lo stereo a palla con il cd delle canzoni di Natale ed inizio ad impastare frolla come se non ci fosse un domani. Ecco, è in questo preciso momento che, ogni volta, sento arrivare per davvero lo spirito natalizio: tra il profumo del burro che esce dal forno, una spolverata di zucchero a velo e l’aroma di cannella che si diffonde in cucina entro perfettamente nel mood, e potrei andare avanti all’infinito, tanto sono felice di sfornare biscotti, tortine e dolcetti. Il tutto poi viene debitamente impacchettato in modo carino per i regalini ad amici e parenti, oppure finisce nelle scatole di latta colorata per allietare le nostre colazioni e merende nei giorni di festa. Ecco, giusto per capire di cosa parlo, trovate delle idee qui, qui e qui ma presto ci saranno altre ricettine natalizie, stay tuned. Nel frattempo, vi lascio la ricetta per questa crostata che è davvero buona e, secondo me, potrebbe essere un regalo perfetto per questo periodo: e poi il bianco della crema ed il delicato aroma di arancia le donano una veste molto invernale e perfettamente intonata al periodo. La ricetta l’ho scovata su una vecchia copia di Sale & Pepe, che per me è sinonimo di garanzia e così ve la giro, augurando a tutti quanti di trascorrere delle feste serene traboccanti di amore.

CROSTATA AL CIOCCOLATO BIANCO AL PROFUMO DI ARANCIA

per la frolla:crostataaranciacioccolata3

  • 350 g di farina 00
  • 70 g di farina di mandorle
  • 200 g di zucchero semolato
  • 4 uova
  • 200 g di burro
  • 1 limone bio
  • sale

per il ripieno:

  • 250 g di cioccolato bianco
  • 300 g di panna fresca
  • 2 albumi
  • 4 cucchiai di zucchero a velo
  • 4 g di colla di pesce
  • 150 g di marmellata di arance
  • 2 cucchiai di liquore all’arancia (per me Cointreau)

Preparare la frolla mettendo, su una spianatoia le due farine disposte a fontana con lo zucchero, disporre al centro 3 tuorli d’uovo ed un uovo intero (possibilmente non molto grosso), il burro a temperatura ambiente a pezzetti, un pizzico di sale e la scorza grattugiata di mezzo limone. Cominciare ad impastare, lavorando la frolla con la punta delle dita, e continuare fino a che la pasta non sia ben liscia e lavorabile. Formare una palla, avvolgerla nella pellicola trasparente e metterla a riposo in frigo per una mezz’ora. Riprendere la pasta e stenderla, con il mattarello, in una sfoglia di 1/2 cm circa (infarinando sempre il piano di lavoro e il mattarello, evitando così che la frolla si appiccichi) e foderare una tortiera da crostata da 25 cm precedentemente imburrata lasciando da parte la frolla in avanzo; bucherellare per bene la base con una forchetta, ricoprire con della carta forno ed aggiungere dei fagioli o altri legumi secchi (che serviranno per non fare gonfiare eccessivamente la frolla durante la cottura), poi infornare e cuocere la base per circa 25 minuti a 180°. Con la frolla avanzata realizzare dei biscottini di diversa grandezza ed infornare anche questi. Nel frattempo preparare la crema per il ripieno: per prima cosa mettere a bagno i fogli di colla di pesce in una tazza con acqua fredda e lasciare per almeno una decina di minuti. Spezzettare il cioccolato in un pentolino, farlo sciogliere a bagnomaria e lasciarlo intiepidire appena. Intanto montare a neve ben ferma gli albumi aggiungendo 2 cucchiai di zucchero a velo ed incorporarli al cioccolato sciolto con delicatezza, con movimenti dal basso verso l’altro; strizzare bene la colla di pesce e scioglierla in un pentolino insieme al liquore ed unirla alla crema al cioccolato; montare la panna ed unire anche quest’ultima (delicatamente, facendo attenzione a non smontarla). Quando la base sarà cotta, toglierla dal fuoco e farla raffreddare bene, poi spalmare la marmellata di arance sulla base, ricoprire con la mousse al cioccolato bianco stendendola uniformemente, infine decorare la superficie a piacimento con i biscottini preparati e spolverare con lo zucchero a velo rimasto. Se la base non è stata raffreddata bene, la mousse al contatto potrebbe iniziare a sciogliersi leggermente, in questo caso mettere per qualche decina di minuti in frigorifero. Conservare comunque al fresco prima di servire.

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Ciambella di ricotta al forno

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Dopo tutto questo gran parlare di Expo, alla fine ho ceduto anche io e, a pochi giorni dalla chiusura (sempre perchè io sono quella delle partenze intelligenti), mi sono concessa una spedizione solitaria a Milano per visitare l’Esposizione Universale 2015. A dire il vero, fino a qualche tempo fa, soprattuto durante i primi mesi di apertura, non ero del tutto convinta di volerlo visitate poi a poco a poco, combattuta tra i commenti entusiastici di amici che erano già stati più volte e l’avevano adorato e quelli che invece piuttosto che mettervi piede si sarebbero fatti tagliare le mani :-) , mi sono resa conto che, per capire veramente di cosa si stava parlando avevo assolutamente la necessità di toccare con mano e farmi un’idea personale senza condizionamenti esterni, così mi sono fatta coraggio e sono partita, armata di scarpe comode e tanta pazienza, alla scoperta di Expo 2015. Diciamo subito che all’inizio ero un tantino prevenuta: immaginavo di dover trascorrere tutto il giorno in coda per riuscire a vedere al massimo un paio di padiglioni e invece, con mia grande sorpresa, alla fine ne ho visitati quasi una ventina più qualche capatina qua e là all’interno dei cluster che comunque, a mio parere, danno degli spunti di riflessione interessanti. Certo, mi sono tenuta assolutamente alla larga dai padiglioni più in voga e da quelli in cui la fila era a mio parere inaffrontabile; mi sono svegliata praticamente all’alba ed ho camminato tutto il giorno senza sosta con un passo tipico da marcia militare, ma devo dire che sono stata abbastanza soddisfatta della mia spedizione e quello che ho visto è stato utile per farmi capire qualcosa di più su questo evento. E quindi, alla fine, che dire di questo Expo? Le mie percezioni quel giorno oscillavano tra l’idea di essere a DisneyWorld in un giorno di festa e la sensazione di fare il giro del mondo come un proiettile impazzito da una parte all’altra del globo. Ho trovato molto interessante la concezione architettonica di alcuni padiglioni ed ho trovato apprezzabili i chioschetti di cibo locale fuori dai padiglioni (in modo da non dover per forza ricorrere al panino portato da casa o al McDonalds) che mi hanno salvato più volte dal cedimento fisico. Ovvio che non tutti i Paesi hanno approfondito il tema allo stesso modo, alcuni padiglioni erano oggettivamente poco interessanti, altri, forse, avrebbero potuto fare quel saltino in più per evitare l’impressione di sembrare più apparenza che sostanza. Forse è stata un’occasione sprecata per fare un discorso serio o provare almeno ad approfondire veramente il tema della nutrizione e del cibo, detto questo credo che comunque un’esposizione universale non sia necessariamente l’unica sede per trattare questo argomento e che, al di là di tutti i proclami e di tutti i lustrini che hanno accompagnato questa manifestazione, debba essere ormai chiaro che bisogna veramente iniziare a fare qualcosa di concreto per cercare di risolvere il problema a livello globale. Io che sono solo un’appassionata di cibo e della cultura alimentare, nel mio piccolo mi impegno a fare delle scelte sostenibili, privilegiando dove possibile i piccoli produttori e cercando di fare una spesa attenta e consapevole, ma alla fine della fiera, non credo che la mia visita all’expo mi abbia particolarmente arricchito sotto questo punto di vista e mi abbia dato qualche strumento in più per comprendere il problema e cercare una risposta.

Ma veniamo alla ricetta di oggi (che forse delle mie personalissime opinioni sull’Expo non ve ne fate un granchè) :-). Si tratta di una ciambella morbidissima alla ricotta, ottima per merenda con una tazza di tè fumante, che in questo periodo è la morte sua. Il pangrattato in superficie a mio avviso dona equilibrio al sapore ed asciuga il giusto. Semplicissima da fare, il risultato è una torta compatta e umida, dal delicato aroma di limone.

CIAMBELLA DI RICOTTA AL FORNOtortaricotta2

  • 700 g di ricotta vaccina
  • 200 g di zucchero semolato
  • 70 g di farina 00
  • 3 uova
  • 1 limone bio
  • 2 cucchiaini di lievito vanigliato
  • 4 cucchiai di pangrattato
  • sale
  • burro per lo stampo

In una terrina capiente setacciare le ricotta e mescolare energicamente per renderla il più possibile liscia e poco granulosa, aggiungere lo zucchero, la scorza grattugiata del limone e mescolare. Nel frattempo separare i tuorli dagli albumi, mettere gli albumi da parte in un’altra ciotola ed aggiungere i tuorli al composto di ricotta. Amalgamare bene il tutto, poi unire anche la farina setacciata con il lievito. Riprendere la ciotola con gli albumi, aggiungere un pizzico di sale e montare a neve ben ferma. A questo punto unire i due composti incorporando delicatamente gli albumi con un movimento dal basso verso l’alto per evitare di smontarli. Imburrare uno stampo a ciambella e cospargere con la metà del pangrattato, versare il composto e terminare spolverizzando la superficie del dolce con il pangrattato rimanente. Infornare in forno già caldo a 190° e fare cuocere per circa 1 ora. Quando il dolce sarà cotto, estrarlo dal forno, sformarlo e servire tiepido. Il dolce è ottimo anche mangiato freddo, può essere conservato in frigorifero anche per 2-3 giorni.

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Gazpacho

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Quindi, a quanto pare, è passato più di un mese dall’ultima mia ricetta qui. Ammetto che mi è mancato un bel po’ venire a curiosare tra queste pagine, prendere in mano la macchina fotografica o soltanto mettermi ai fornelli, ma questo mese di lontananza dal blog (e dai computer in generale) è davvero servito per rilassarmi, ricaricare le mie batterie (che, tra il caldo di luglio ed il lavoro ero un po’ a terra) e per prendere un bel colorito dorato che mi piace tanto (anche se il mio abituale incarnato palliduccio sta lentamente, ma inesorabilmente riprendendo il sopravvento). Come forse vi avevo già anticipato, ho trascorso, come d’abitudine, questo mese di ferie in Sicilia, a godermi il mare, gli amici e la famiglia in completo relax. L’attività più impegnativa è stata arrivare in spiaggia, recuperare il libro dalla borsa e stendermi al sole a leggere; oltre a questo, ovviamente, l’altra “fatica” giornaliera alla quale mi sono dovuta sottoporre è stata quella di dedicarmi anima e corpo (soprattutto corpo) alle bontà della cucina siciliana e credetemi, tra pranzi familiari, colazioni al bar, cene a base di pesce e qualche gelatino qua e là, non mi sono fatta mancare proprio niente. Ed è per questo che, una volta rientrata alla base, è stato d’obbligo rimettersi in riga e riprendere subito più sane e morigerate abitudini alimentari. Niente cibi tristanzuoli, però, ci mancherebbe, già è così faticoso dover abbandonare i pigri ritmi vacanzieri ed abituarsi di nuovo alle sveglie che suonano troppo presto e ai treni sempre e perennemente in ritardo, insomma, vada per i piatti leggeri e salutari, ma anche colorati e saporiti. Come il gazpacho, per esempio, pietanza regina della cucina andalusa, piatto fresco e delicato, e poi, in questo caso, preparato con i pomodori appena raccolti e quindi anche a Km 0. Va da sé che, volendo mangiare leggero, il gazpacho è sempre e comunque una valida alternativa, anche in questi inizi di settembre, quando la calura non è più così opprimente e l’aria torna ad essere frizzantina. E poi, visto che proprio l’Andalusia sarà la meta del nostro viaggio in programma per il prossimo inverno, mi sembra d’obbligo iniziare a studiare le abitudini alimentari del Sud della Spagna, in attesa di poterle sperimentare personalmente, no?

GAZPACHOgazpacho1

– 500 g di pomodori

– 1 peperone rosso

– 1 cipolla rossa piccola

– 3/4 di cetriolo

– 1 fetta di pane

– 1/2 bicchiere di acqua

– 2 cucchiai di aceto di vino bianco

– sale

– pepe

– erba cipollina

– qualche cubetto di ghiaccio

Spezzettare il pane ed ammollarlo nell’acqua. Intanto lavare le verdure, mondarle, tagliarle e pezzi e metterle nel frullatore, insieme al pane ammollato con l’acqua, l’aceto e frullare tutto (se il risultato fosse troppo denso per i vostri gusti, aggiungete dell’acqua a piacimento). Salare e pepare, poi mettere in frigo per almeno un paio d’ore. Al momento di servire decorate con dell’erba cipollina tagliuzzata sottilmente e qualche cubetto di ghiaccio per rendere il gazpacho ancora più rinfrescante.

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Crescioni romagnoli

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Non ci sono dubbi, la parola d’ordine dell’estate 2015 è pic-nic. Pare non ci sia niente di meglio che trovare un po’ di frescura sotto le fronde di un bell’albero in mezzo alla campagna e godersi il tramonto, apparecchiando una tovaglia a quadrettoni distesa sull’erba. Non c’è che l’imbarazzo della scelta: si può optare per un bel pic-nic organizzato da qualche locale che mette a disposizione prato, tramonto e cibarie, oppure si può propendere per un fai-da-te, armarsi di cestone di vimini dove sistemare le stoviglie, un bel thermos per il tè freddo e tante buone cosine da mangiare e partire, alla ricerca di un prato in collina, di un angolo ombreggiato in un parco cittadino, oppure di una spiaggia libera, se siete tra i fortunati già in vacanza. Insomma, via libera all’informalità ed alla fantasia, da scatenare soprattutto nella scelta del cibo da proporre, che ci sarebbe davvero da sbizzarrirsi. Io, per esempio adoro i crescioni (o cassoni che dir si voglia) tipico street food romagnolo, una sorta di piadina, ma cotta con il ripieno già incorporato all’interno. Io li trovo strepitosi e perfetti da mangiare all’aria aperta, per me sono diventati, insieme ai pic.nic, il must dell’estate 2015.

CRESCIONI ROMAGNOLIcrescioni4

– 350 g di farina 0

– 50 g di farina manitoba

– 10 g di sale

– la punta di 1 cucchiaino  di bicarbonato

– 50 g di strutto

– 220 di acqua

per il ripieno:

– 250 g di pomodorini Pachino

– 2 mozzarelle

– sale

– basilico fresco

Per prima cosa tagliare a cubetti la mozzarella e i pomodorini e lasciarli per qualche minuto in un colapasta in modo che perdano i liquidi; lavare e spezzettare sottilmente le foglie di basilico. Nel frattempo, su una spianatoia versare a fontana le due farine, con il bicarbonato ed il sale. Al centro unire lo strutto e, a poco a poco, aggiungere l’acqua fino a creare un impasto elastico, ben lavorabile e non appiccicoso. Formare una palla e lasciare riposare per circa 30 minuti. A questo punto, infarinare bene il piano di lavoro, riprendere l’impasto e suddividerlo in 5 palline di dimensioni simili e con un matterello formare 5 dischi sottili. Disporre un po’ di ripieno (pomodoro, mozzarella e basilico) in una metà di ciascun disco, salare e poi richiudere a forma di mezzaluna, sigillando con l’aiuto dei rebbi di una forchetta. Cuocere i crescioni per qualche minuto su una piastra calda, girando di tanto in tanto da una parte e dall’altra in modo da dorare entrambi i lati. Per una versione vegetariana, sostituire lo strutto con la stessa quantità di olio d’oliva

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